giovedì 4 giugno 2009

Compagni d'università

E’ giorno di manifestazione in università. Scesa dal taxi mi ritrovo coinvolta in un corteo che scopro essere quello dei sostenitori di Abdelsalam Yassine (esponente di Al Adl Wal Ihsane, movimento islamista marocchino). Lungo i corridoi banchetti di associazioni in favore della palestina e banchetti dell’UNEM (Unione degli studenti marocchini) si mischiano a banchetti di musica e pubblicità di telefonia mobile.

Entro in classe. Oggi per la prima volta siamo almeno una sessantina. Gli esami sono vicini e bisogna che la professoressa veda almeno una volta la faccia dei futuri esaminati.

Tante ragazze velate, qualche ragazza saharaoui avvolta nei tipici teli colorati, ragazze vestite all’ultima moda, con borsetta di Louis Vitton in coordinato e decolté in bella vista. Bei fusti stile surfista, ricci al vento siedono affianco a ragazzi in abito che sembrano usciti da una banca; un ragazzo con piercing, evento più unico che raro in Marocco, e al suo lato un ragazzo barbuto che dimostra 40 anni. E’ proprio vero che “Ma dumti alMaghreb fala tastaghreb” ( una volta visto il Marocco, non ci si stupisce più di nulla ).

lunedì 18 maggio 2009

immigrazione/emigrazione

"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali". Il testo è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912. La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".

domenica 17 maggio 2009

Servizio Rai 1

Per chi volesse dare un occhio ad un servizio di Rai 1 su Khouribga e sui "successi" dei marocchini migrati in Italia, voilà il link. http://www.rai.it/dl/tg1/rubriche/PublishingBlock-ea3e3b5a-9f8f-4081-83f6-92c65a3fe1c5.html

venerdì 3 aprile 2009

Una famiglia di Hal AlMarba

La regione di Tadla-Azilal riserva sempre grandi sorprese. Beni Mellal è in festa, c’è la fiera della città ad animare le giornate della popolazione: concerti tutte le sere, stand di artigianato e delle imprese/cooperative della città. A Fqih Ben Saleh, durante gli stessi giorni, si svolge un festival tradizionale di cavalli, con un lunapark demodé, spettacoli acrobatici di cavalli e stand di ogni genere.

Insieme ad un amico, veniamo ospitati per una notte da Souad, mia vicina di casa a Rabat, la cui famiglia vive in un piccolo villaggio sperso nella campagna di Fqih Ben Saleh, Hal AlMarba.

Il nostro arrivo nel villaggio è motivo di agitazione. Scendiamo dal grand taxi in mezzo al nulla e con una mandria di ragazzini che ci guardano straniti. Intravedo il piccolo Sami, figlio di Souad, e gli vado incontro. Così facciamo il nostro ingresso nell’enorme casa della sua famiglia.

Veniamo subito invitati a prendere un the, il che significa vassoi pieni di dolcetti, melouia fatta in casa, miele e olio della campagna. Tra una parola in darija e una in italiano, conosco Habiba, sorella maggiore di Souad. Vive in provincia di Bergamo da 8 anni ma parla un pessimo italiano. Si scusa continuamente, mi dice che vorrebbe imparare la lingua ma che, non potendosi spostare autonomamente, non riesce a seguire i corsi serali. Si è sposata due anni fa con un uomo di Fqih Ben Saleh che lei definisce FURBO. In effetti il signorino ha pensato bene di prendersi una donna fornita di permesso di soggiorno in Italia, il che gli ha permesso di raggiungere la moglie nel giro di un anno. Habiba sostiene che da quando ha il permesso di soggiorno è cambiato e che l’unica sua preoccupazione sembra essere quella di portare il maggior numero di familiari in Italia.

Nel corso delle chiacchiere arrivano Gamal e Aziz, fratelli di Souad. Entrambi parlano italiano, Gamal parla anche bergamasco.

Dopo un giretto alla festa e due compere nella medina, la serata trascorre come da copione. Le donne mangiano in una stanza con i bambini. Gli uomini mangiano nel salotto disturbati solo dalla mia insolita presenza.

Chiacchierando con Gamal e Aziz, scopro che il primo è partito a 12 anni, insieme ai suoi zii con un visto spagnolo . Dopo qualche tempo ha raggiunto il fratello maggiore Mohammed a Bergamo dove ha studiato per diventare geometra e dove ha lavorato nella macelleria halal di famiglia. Sette anni fa si è sposato con Nagat. Lei aveva 17 anni, lui ne aveva 28. Da due anni è tornato in Marocco per stare con sua moglie e i suoi figli e perché era stufo della vita in Italia.

Aziz invece è l’harraga della famiglia. E’ partito nel 2000 quando aveva 17 anni con tre amici di Fqih Ben Saleh. Sono arrivati a Larache, nel nord del Marocco, dove si sono nascosti sotto ad un camion diretto in Spagna. 300 kilometri sotto ad un camion!!! Arrivati a Granada, miracolosamente sani e salvi, hanno pagato 2000 euro l’uno un passeur spagnolo che li ha portati in macchina fino a Bergamo dove è rimasto clandestino fino alla sanatoria del 2002.

Ovviamente in famiglia nessuno era al corrente, eccetto Gamal e Mohammed che hanno finanziato l’avventura del fratello. Chissà cosa aveva detto a casa…Chissà quanti altri sono partiti senza dire nulla e hanno avuto meno fortuna di Aziz…

Aziz si è sposato due mesi fa con Leila, una splendida ragazza di 17 anni. E’ stata “trovata” a Beni Mellal dalla mamma di Aziz, il quale ha accettato di sposarsi con lei ad occhi chiusi perchè si sa, la mamma ha sempre ragione!!!

Finisco di mangiare e lascio Philipp al suo destino. Vado a sedermi al mio posto, tra le donne e i bambini della famiglia. Najat sta allattando, mentre Habiba, Souad, Leila e la mamma guardano la televisione. Mi chiedono se sono sposata, se voglio sposarmi, se amo i bambini. Si è fatto tardi. Le donne “con marito” vanno nelle loro stanze, le donne “non-accompagnate” invece sistemano coperte in terra. Così trascorro la mia notte in quel di Hal AlMarba.

sabato 28 marzo 2009

Stereotipi

Mi hanno detto che sto diventando marocchina quando, nascosta dietro il portone di casa, ho fatto commenti maliziosi su una ragazza che stava, a parere mio, flirtando con un amico del quartiere. Ebbene sì, sbircio e spettegolo proprio come una donna marocchina ( ma perché quelle italiane non lo fanno????)

Secondo il mio professore di darija esistono cinque stereotipi dei marocchini:

  1. hanzaz = sbirciare, tenere d’occhio, “spiare”
  2. brgag = sparlare, spettegolare
  3. hagar = osservare dall’alto al basso, sentirsi autorizzati dalla propria “posizione sociale” a trattare “chi sta sotto” come zerbini.
  4. mahsaad = essere invidiosi dei successi altrui
  5. khuaid = seminare zizzania

C’è chi dice che c’è sempre un briciolo di verità dietro gli stereotipi...

Casanegra

“Casanegra” ha l’ambizione, secondo il suo regista, Nourredine Lakhmari, di mostrare la faccia sporca di Casablanca. "Casanegra” è un film che molti marocchini non hanno apprezzato, forse per i dialoghi in slang marocchino che scadono spesso nella volgarità, forse perchè dietro questo film si celano grandi verità, difficili da ammettere per chi ama il proprio paese, o la propria città. Non so fare recensioni di film, quindi prendo in prestito le parole di un altro blog: "La critica locale più conservatrice si è scatenata in un tourbillon di aggettivi negativi che non hanno frenato l’affluenza nelle sale, anzi creando un battage pubblicitario importante e gratuito. Gli attori non professionisti, presi dalla strada, di pasolinana memoria, Anas, El Baz e Omar Lofti sono bravi e talentuosi, affrontando senza paure i difficili e spigolosi ruoli che il regista Lakhmari ha loro affidato. Il film è un trattato sociologico che analizza le brutalità giovanili, dalla violenza sulle donne passando per la commercializzazione capitalista dei lavoratori arrivando alla vita notturna dei “bobos“ . Il regista espone i suoi fantasmi attraverso dei clichès che sicuramente esistono, dipingendo Casablanca come una metropoli “noire” e violenta. Il prodotto è di qualità con un suono e luci eccellenti e un montaggio delle scene rapido e ansioso, che inchioda lo spettatore alla poltrona. I dialoghi sono forti, a volte choccanti per le orecchie più caste ma ci si abitua in fretta e diventano comuni. Il regista ha ricercato strenuamente sensazioni forti e scandalose, spingendosi sino all’estremo con la scena di una masturbazione maschile, che diventerà in queste settimane l’oggetto di discussione per i media del Paese . Al di là della scena è importante sottolineare che il cinema marocchino è oramai libero dalla censura e questo film ne è la prova provata. Questo è il principale merito di “Casanegra” che, partendo da qui, sarà certamente il capofila della libertà cinematografica con il rifiuto di qualsiasi forma di barriere censorie, politiche, sociali e di pensiero. Si spera" http://myamazighen.wordpress.com/2008/12/28/casanegra Da vedere!!!

venerdì 27 marzo 2009

Battaglie quotidiane

Amina ha 25 anni e da cinque anni lavora come "operatrice sociale" con ragazzi handicappati e autistici. Guadagna 2000 dirham al mese (neppure 200 euro). Ha due fidanzamenti finiti nel nulla alle spalle: la prima volta il futuro marito se n'è partito per il Belgio, la seconda volta ha scoperto che il futuro marito non aveva i mezzi per comprarsi una casa e che avrebbero dovuto vivere con la famiglia di lui. Lei si è rifiutata raccontadomi il grado di sfruttamento e di intrusione esercitato dalle suocere marocchine in generale. Scopro così che i marocchini sono ancora più mammoni degli italiani (non pensavo fosse possibile). Mi racconta che da quando ha iniziato a lavorare ad oggi non è ancora stata messa in regola, non ha "papiers", non ha un'assicurazione medica sul lavoro, men che meno un diploma che attesti le varie formazioni che ha svolto negli anni. Ieri una sua collega è finita all'ospedale dopo che uno dei ragazzi autistici le aveva strappato la pelle della mano a forza di morsi. La famiglia del ragazzo ha messo 50 dirham in mano ad Amina dicendole di darli alla sua collega. Peccato che con 50 dirham la ragazza non possa pagarsi neppure il filo con cui le hanno messo i punti. Amina s'incazza, mi dice "Chi me lo fa fare di rimanere qua? In Italia per il lavoro che faccio, la fatica quotidiana che mi costa il mio lavoro, avrei sicuramente uno stipendio decente e un'assicurazione che mi protegge..." Mi dice che vorrebbe raccogliere i suoi colleghi e i genitori dei ragazzi per manifestare davanti al suo capo per chiedergli la regolarizzazione del loro lavoro, ma che ha troppa paura che la licenzino, e senza un diploma in mano, non troverebbe nessun altro lavoro. Finalmente ho davanti agli occhi una ragazza che merita di essere definita una femminista marocchina.

giovedì 26 marzo 2009

Barrio Latino

“Ludo stasera andiamo a ballare!” mii dice il fedele coinquilino Alejandro. Esulto, mi vesto, finisco il mio bicchiere di vino (alhamdulillah qualche volta capita anche qua di sorseggiare un buon rosé) e mi vesto, stando attenta a coprire dove c’è da coprire. Con una simpatica cricca di amici di diverse provenienze, andiamo per la prima volta al Barrio Latino, un resto-pub nell’Agdal dove si può mangiare cucina marocchina, italiana e spagnola (Latino si chiama, latino si mangia!). Un cantante e un pianista intrattengono la platea suonando pezzi di musica spagnola, shabia marocchina, francese…ce n’è per tutti i gusti.
Iniziamo a muovere i primi passi, io guardo le donne e copio, con poco successo, i movimenti di bacino. Alejandro mi segue a ruota e diamo vita ad uno spettacolo penoso di ballerini allo sbaraglio. Affianco a me una tavolata di omoni, grandi, grossi e ciula. Nutro qualche sospetto sulla loro provenienza e qualche secondo dopo scopro di aver ragione: sono medio orientali, forse degli Emirati, visto la scritta Abu Dhabi che compare sulla camicia di uno di loro. Mi guardano, non capiscono che sono straniera, ed io mi sento estremamente potente davanti ai loro sguardi beoti. Penso a quanto siano cretini questi uomini, si pensano potenti e invece sono in balia totale del loro pene. Sventagliano davanti agli occhi di tutti il loro benestare, i loro piatti rimangono pieni di avanzi (ed io ne approfitto per rubare qualche frites), tre bottiglie di vino sul tavolo di fianco a cellulari all’ultimo grido, pacchetti di Marlboro rouge… se io fossi in mutande in un night in Italia, mi riempirebbero di soldi…che tristezza infinita… Non scrivo quello che mi sarebbe piaciuto fare, se no si potrebbe parlare di uomini come di vittime della violenza. Mi allontano, torno “tra le braccia” di Ale e di Djibril e mi consolo pensando che non tutti gli uomini sono come quei cinque imbecilli: una piccola grande verità che mi basta per riprendere le danze al ritmo di Joe Dassin.

I consumi di Zanka Souisra

Via vai continuo, non c’è pace nell’hanut di Zanka Souisra. Ormai ho la mia sedia personale nell’epicerie e tra una parola nuova di darija e un bicchiere di the come si deve ( Mannoia dixit ) osservo Abdesalam all’opera e le persone che entrano.

Oggi ho elaborato un piccolo studio sui consumi della mia via che andrebbe perfezionato con un'analisi della zibala (spazzatura), ma per quello c'è tempo...

Al primo posto c’è il pane, barakalla al hubs maghrebi. In seconda posizione dolcetti e schifezze varie il cui prezzo non supera mai i 2 dirham (5 centesimi di euro). Bambini di tutte le età arrivano con un dirham e si scatenano nella scelta di un “chewing gum", di una caramella o di un pacchetto di biscotti.La lista continua con i danon ( yogurt ) alla fragola, alla vaniglia e al mango; lhalib (latte), munada (limonata), coca cola e lattine di altre bibite zuccheratissime.

Ma all’hanut c’è davvero di tutto: assorbenti (esterni e interni) venduti al dettaglio, spezie basiche, riso, detersivi, lampadine, bombole del gas, shampoo ( il cadum rigorosamente alle uova), formaggini, dadi, fave secche.

Ma la bellezza dell’hanut sono gli incontri che faccio quotidianamente tra quelle quattro pareti.

Oggi per esempio è arrivata una donna affascinante, parecchio coperta da veli neri. Dopo qualche parola Abdessalam le ha chiesto di dove fosse…dall’accento sembrava straniera. Invece era marocchina mia-b-lmia, ma era appena rientrata in Marocco dopo alcuni anni trascorsi in Arabia Saudita. Ho provato ad immaginarmi che ci facesse lì viste le storie che si raccontano sulle meravigliose donne marocchine che finiscono a fare le accompagnatrici di viscidi ciccioni sauditi. Ieri invece ho conosciuto Omar, ragazzone in piena salute, che è in vacanza a Rabat visto che da qualche anno vive felicemente a Barcellona dove si è sposato una svedese e dove lavora come meccanico. E chiamalo pirla!!!!

giovedì 19 marzo 2009

I frutti maturi

Il chiringuito sulla spiaggia è ormai diventato una meta fissa dei miei pomeriggi. Seduta in riva all’oceano, con un tè alla menta e uno dei mille libri che devo leggere per la tesi. Lo stereo trasmette una sequenza incessante di canzoni che inneggiano all’estate ed io osservo il variegato insieme di individui che popola les Oudayas.

Giovani, in prevalenza ragazzi. Giocano a calcio, a torso nudo, fanno meravigliosi spettacoli di acrobazie, alcuni flirtano, altri semplicemente osservano e fanno apprezzamenti, a volte un po’ troppo espliciti provocando le risate oppure gli sguardi di fuoco delle ragazze. Insomma si cazzeggia in spiaggia in un normalissimo martedì pomeriggio, e in questo i giovani di qualsiasi paese del mondo, sono bravissimi ( yo misma! ).

Da un’inchiesta svolta qualche anno fa da un giornalista spagnolo emergeva che circa il 70% dei giovani marocchini (uomini e donne) desiderava partire all’estero.

Oggi, a tutti gli effetti, il 10% della popolazione marocchina vive all’estero. Ma come ogni diaspora che si rispetti, questo 10% resta intrinsecamente ancorato al suo paese…come potrebbe essere diverso vista la “ricchezza” di questa terra?

Si pensa spesso che le migrazioni in provenienza dal Marocco siano dettate da motivi meramente economici : se si pensa che un operaio in Italia guadagna 5 volte quello che guadagna un insegnante o un normale lavoratore marocchino, si capisce bene come ciò sia a tutti gli effetti un pull factor considerevole.

D’altra parte la medesima inchiesta, e la mia misera esperienza di vita marocchina, evidenziava che “Il y a aussi le sentiment que la vie est courte et que la dynamique de changement engagées au Maroc risque d’être trop longue pour qu’ils puissent en recueillir les fruits“.

Tanto vale andare dove i frutti sono già maturi…

martedì 30 dicembre 2008

Chi è il Presidente del Camerun?

Agdal. Un cafè tranquillo con un amico camerunense dopo l'estenuante festa dell'Aid Kabir. Chiaccherando del più e del meno si finisce a discutere di politica italiana. Senza farci troppo caso lo ascolto mentre mi cita con scioltezza uno dopo l'altro nomi di politici italiani, dai ministri di governo ai leader dell'opposizione. Qualche secondo dopo mi rendo conto che a fatica so dove si trova il Camerun, men che meno so quali siano i paesi con cui confina. Perfetta ignorante!! I telegiornali, i quotidiani e i giornali di informazione dei paesi africani riportano perennemmente notizie dai paesi europei. "Loro" sanno di noi, noi cosa sappiamo di loro? Mi permetto di lanciare un quiz a quanti leggeranno questo post: chi di voi sa come si chiama il Presidente del Camerun? O forse più semplicemente chi di voi sa dove si trova il Camerun?

pas d'alcool? on s'eclate quand meme!!

martedì 9 dicembre 2008

L'ora del papa re

Martil, ridente cittadina di mare alle porte di Tétouan ospita il convegno « Architettura e riabilitazione ». Quale migliore occasione, pensiamo, per ascoltare voci interessanti e informate sullo stato degli interventi architettonici in Marocco. Ale, il nostro amico spagnolo, è particolarmente interessato, e noi lo accompagnamo volentieri. La piazza che ospita la sede dell’associazione che organizza l’incontro è proprio vicina al mare, da un lato si erge un improbabile edificio su tre livelli colorato di bianco blu e rosso, dall’altro fa capolino l’imponente – quasi – sconsacrata chiesa barocca, nella quale si trovano i locali dell’associazione. Non appena entrati, Paco, il presidente dell’associazione, ci saluta calorosamente, il suo faccione si accende alla vista di facce simil-europee. Seguono presentazioni varie, durante le quali il tono della voce di Paco si fa a tratti insopportabilmente alto, e io, da ragazzo ben educato al sussurio dei luoghi sacri, sobbalzo, anche perché qualcosa mi dice che non siamo in un ambiente totalmente laico. Poco male, mi dico, anche perché questa sera ci sono ospiti illustri. Un famoso architetto di Madrid, l’eminentissimo signor Console di Tétouan e soprattutto l’egregio Marchese della Speranza. Giuro. Va bene, mi dico…per fortuna hanno invitato anche i rappresentanti delle associazioni marocchine che si occupano di riabilitazione architettonica, e soprattutto, mi dico, questo famoso architetto di Madrid sarà un grande conoscitore del Marocco, avrà lavorato al restauro della medina di Marrakech o di Tangeri. Il convegno sta per iniziare, mi aggiro per la sala, che ospita una biblioteca, e curiosando tra i libri in spagnolo, mi sento sfiorare da un signore di mezza età, capelli lughi e ordinati, cravatta rosabluverde, un grande anello d’oro al dito. Poco dopo scoprirò che si trattava del famoso architetto madrilegno. L’apparenza inganna - mi dico - e sicuramente questo signore impomatato ed elegantemente bizzarro ha risanato le baracche della periferia di Casablanca. Diamine, l’apparenza inganna, no ? Non sempre. Il famoso architetto è davvero niente male, è istrionico, e anche io, che capisco poco lo spagnolo, rido come gli altri alle sue battute al fulmicotone. Ci mostra diapositive dei suoi lavori. La prima è l’immagine di un villone stile californian-lecorbusiano, che apre quello che lui definisce il suo « periodo bianco ». Ci sarà un periodo nero - mi dico allora rinfrancato – in cui si sarà preso dieci insolazioni per seguire il cantiere di un progetto a Layoun in agosto, o si sarà gettato nel fango delle inondazioni dei quartieri bassi di Mumbai per dare indicazioni agli operai impegnati nella costruzione di case popolari. Niente di tutto ciò. Il gradevole slide-show continua, e scorrono sullo schermo bellissime foto di uffici a Salamanca, musei a Barcellona, caserme a Madrid. Vabbé, almeno era simpatico, penso. Prende la parola il rubicondo Marchese della Speranza, e in quel momento sono stato davvero contento di non avere un livello di spagolo sufficente a comprendere le sue sconclusionate parole sull’aeroporto di Madrid che ti fa passare la voglia di viaggiare, o su quella volta che dopo aver chiacchierato amabilmente con due belle signore ha scoperto che le due avvenenti giovinette erano in realtà delle prostitute. Durante le risate forzate del pubblico, in gran parte marocchino, ci guardiamo interdetti e decidiamo di alzarci ed uscire, per una pausa di riflessione. Non siamo più tornati dentro la chiesa quasi sconsacrata. Meglio passeggiare per la ridente Martil, ci siamo detti.

venerdì 5 dicembre 2008

Stazione Casa Voyageurs

Ore 1815. Binario 1. Aspetto il treno per Rabat. Mi guardo intorno: un affascinante uomo con barba lunga, giallaba e figlioletta in braccio, quattro adolescenti che non smettono un secondo di parlare degli ultimi modelli di automobili, parecchie ragazze tiratissime, in gonna e stivali, ovviamente svelate, famiglie cariche di valigie e borsoni di plastica, colmi fino all'orlo, una coppia di lesbiche, un marito in stampelle con moglie ninja e due figlioletti disobbedienti: panorama curioso questa stazione!

Donne donne e ancora donne

Atelier di cucina a Khouribga. Mi sento in paradiso in mezzo a quantità industriali di biscotti. Impasto, tento di dar forma a delle palline e infilo l’arachide nella pallina. Questo è essenzialmente il compito affibiatomi. Al di là di ciò, tento di raccogliere storie, parole di donne rientrate in Marocco volontariamente o involontariamente. Gli aneddoti si sprecano: c’è chi è tornata perché illegale in Italia, denunciata da una sua connazionale in seguito ad un litigio di ordinaria convivenza; c’è chi invece in Italia non c'ha mai messo piede, perché bloccata in alto mare dalla guardia costiera e rispedita immediatamente in questo angolo di terra dimenticato da dio; c’è chi non mi racconta i dettagli della vita in Italia, ma dalle sue parole capisco che non dovesse trattarsi di una vita troppo “rispettosa”, mi racconta che è tornata perché dopo quasi due anni era stufa di vivere sola, lontana dalla famiglia; c’è chi invece in Italia ci sarebbe rimasta volentieri ma che ha subito la decisione del marito che con la scusa delle vacanze, l’ha portata in Marocco e ce l’ha lasciata con le due bambine portandosi via il permesso di soggiorno. Donne dagli occhi grandi, dagli sguardi profondi, che a volte si perdono e si velano di tristezza, dalla risata facile e dal contatto fisico immediato. Ma anche donne vipere, o più semplicemente scafate: uscendo dalla cucina una ragazza che ancora parla benissimo italiano mi ferma e mi dice:” Non ascoltarle, qui le donne raccontano un sacco di bugie.” Mi riprometto di raccogliere tutte queste testimonianze “con le pinze”. Ma la sensazione è forte, con chili di biscotti in stomaco e con il freddo che entra nelle ossa, penso alla complessità dell’universo femminile e mi ci riconosco in pieno.

venerdì 21 novembre 2008

Incontri con Rachid Nini

Il mio primo incontro con Rachid Nini ha coinciso con l’arrivo a Rabat delle piogge torrenziali che già nelle settimane precedenti avevano devastato varie regioni del Marocco e che hanno continuato a fare danni e vittime in quelle successive. La prima chiacchierata, come tutte le successive, ce la facciamo nel bar “della francese” con vista sul Parlamento. Dal secondo piano possiamo osservare dall’alto il via – vai mattutino dell’Avenue Mohamed V. Nini mi dice che gli piace questo punto di osservazione, qui viene a fare colazione ogni mattina prima di prendere il treno dei pendolari Rabat - Casablanca che lo porta alla redazione di Al-Massae. “Sono dei treni italiani. Appena posti sulle rotaie, sono iniziati i guasti. Perché sono treni pensati per distanze metropolitane e qui vanno su e giù coprendo distanze di 100 kilometri, e poi le istruzioni sono solo in italiano”. La conversazione, incontro dopo incontro, scorre. Si parla di Marocco, di migrazioni, di letteratura. Parliamo del suo libro “Diario di un clandestino” naturalmente, mi dice che fa fatica a definire a che genere può appartenere. E’ un racconto giornalistico, che non ha la struttura ma piuttosto lo spirito di un diario. E’ una raccolta di osservazioni quotidiane con momenti di poesia, di riflessione intima che lui definisce sorridendo “Eredità di un giovane irrequieto”. Rachid Nini mi dice che adora la letteratura di viaggio, “una letteratura che ha bisogno di molta immaginazione”, immaginazione del viaggiatore - testimone che non può fare a meno di arricchire la realtà che si trova davanti. Proprio in questi giorni, mi dice, si sta divertendo a leggere i resoconti di viaggio di un “inviato” marocchino in Francia, racconti ottocenteschi. L’osservatore marocchino, di fronte alle enormi fontane parigine, lo spreco d’acqua gli sembra assurdo se pensa ai problemi di aridità di molte regioni del suo paese. Torniamo al suo libro, alle migrazioni marocchine verso la spagna, verso l’Italia. La migrazione verso l’Italia è iniziata quando lui era al liceo. Molti suoi compagni hanno lasciato gli studi per partire. All’epoca si entrava in Italia senza visto, il problema era piuttosto ottenere il passaporto per lasciare il paese. “Se tutti avessero avuto il passaporto, il paese si sarebbe svuotato e il re aveva paura di restare tutto solo nel suo regno”. Nini mi dice che aldilà delle questioni economiche, sociali, i marocchini hanno la migrazione nel sangue. Qui sono arrivate onde migratorie, secolo dopo secolo. E se c’è che si è fermato, bloccato dai mari tutto intorno, c’è anche chi ha sfidato e continua a sfidare questa barriera. Per desiderio di movimento, per andare oltre. Tra un incontro e l’altro è piombato su Al-Massae il verdetto della giustizia marocchina per un’accusa di diffamazione. Un errore dal punto di vista della deontologia professionale ma sei milioni di dirham (a tanto ammonta l’ammenda) equivalgono a condannare il giornale alla chiusura. “Il fatto è che quando un giornale indipendente supera di molte lunghezze la tiratura di qualsiasi organo d’informazione governativo, inizia a far paura e va fermato”. In maniera forse un po’ naif commento che mi sembra controproducente, per il potere stesso, mettersi apertamente contro una delle voci più ascoltate del paese. “E’ la strategia migliore per uccidere la speranza della gente”. La mancanza di speranza, di fiducia dei marocchini nel proprio paese, nelle possibilità che può offrire torna e ritorna, che sia nei discorsi dei giovani e sui giovani delle regioni che espellono oggi il maggior numero di migranti (Beni Mellal), o nelle botte e risposte del governo e delle forme di informazione indipendente. Nonostante la sfiducia, le manifestazioni di sostegno ad al-massae sono forti, manifestazioni, sit-in, lettori disposti a pagare un po’ più di 2,5 dirham perché il giornale resti in vita. Evidentemente i marocchini “apprezzano un’informazione indipendente, in cui la notizia è chiaramente distinta dal commento personale, dall’opinione del giornalista, apprezzano un giornale nelle cui rubriche chiunque può esprimere il proprio punto di vista, a prescindere dal colore politico in cui si riconosce”. Camminiamo verso la stazione. “Ti sembra normale che i lavori di riqualificazione della stazione centrale della capitale di un paese durino anni e anni?”, “Vedi gli operai che lavorano sul cantiere? Ora portano i caschi di protezione, fino a qualche mese no, prima che scrivessi un articolo su questo” “Ti sembra normale che gli operai di un cantiere accanto al parlamento lavorino senza rispetto delle condizioni di sicurezza?” Sarà populista, vero è che Rachid Nini sembra non staccare un attimo l'occhio critico dalla realtà che lo circonda. Rachid Nini è il direttore di Al-Massae, il quotidiano più letto in Marocco. Nel libro “Yawmiyyat muhajir sirri” (diario di un clandestino) racconta i suoi tre anni in Spagna da migrante irregolare. Il diario è tradotto in spagnolo, io lo sto traducendo in italiano.

Il guardiano di Sharea Suisra

Vado a comprare il tonno e la carta igienica da quello che oltre ad essere il nostro epicier di fiducia, è anche il maggiore interlocutore locale di questi mesi a Rabat. Si chiama Abdessalam, ventottenne di belle fattezze, ma soprattutto simpatico umorista e perfetto insegnante di dialetto. Nel mio darija zoppicante tento di raccontargli i giorni trascorsi a Beni Mellal e senza farci caso rimaniamo soli nel negozietto. Ed ecco che improvvisamente fa il suo ingresso il temibile guardiano di Sharea Suisra, un vecchio che ogni sera dopo una certa ora si sistema su uno sgabello davanti al ex Caffé Cappocino (!). Armato di radiolina e bastone, verosimilmente dovrebbe controllare la “pericolississima” zona in cui viviamo. Entra, fa un giro -praticamente su se stesso viste le dimensione dell’epicerie- guarda Abdelsalam in modo severo e se ne va senza proferire parola. Ashuma,sia mai che questi due giovani covino pensieri impuri... Abdessalam se la ride, io invece sento le guance arrossirsi, come se m’avessero beccato a fare chissà quale marachella. Saluto schiscia, salgo i quattro piani di scale pensando fino a che punto può arrivare il grado di controllo sociale. Beh significa che dovrò imparare a civettare in maniera più discreta.

Buena Practica

Ennesimo convegno sulle migrazioni. Ascoltiamo atterrite l’intervento di un giornalista marocchino Said Jdidi che racconta quello che a suo parere, è un esempio di BUENA PRACTICA nella gestione dei flussi migratori: la migrazione circolare delle donne marocchine impiegate in Andalusia nei campi di fragole. Entusiasta afferma che oggi è facile per le donne emigrare in maniera regolare e trarre un gran beneficio da questo tipo di migrazione. Peccato che si sia dimenticato di aggiungere particolari meno esemplari come il fatto che la selezione delle operaie avvenga sulla base del loro status di famiglia: sono assunte solo donne sposate, con figli, possibilmente ancora piccoli. Questo per assicurarsi che esse non tentino di rimanere in Spagna clandestine una volta esaurito il contratto di lavoro. Parla di redditività delle donne come di una qualità rispetto alle migrazioni, come se queste non fossero altro che braccia da lavoro. Donne date in prestito dal Marocco alla Spagna perché lavorino tot mesi all’anno lontane dalle famiglie e perché rientrino testa china in patria: un concetto molto discutibile di buona pratica.

sabato 8 novembre 2008

Trenitalia e i tunisini

La settimana scorsa, seduta sul treno diretto a Venezia, il mio sguardo è caduto su un cartellone pubblicitario con la faccia di un giovane in bianco e nero che spalanca occhi e bocca in segno di incredulità. Distratta inizio a leggere il testo sotto la foto. E mi rendo conto che è tutto francese - prix réduits vers la Tunisie, e una tabella con i costi del trasferimento di denaro. È una campagna della Western Union, i vagoni di Trenitalia ne sono tappezzati. Ma... sono rimasta un po' perplessa a rimuginare. Cioè, tutta Trenitalia, che di solito pubblicizza le vacanze nelle Marche o gli spettacoli all'Arena di Verona, è zeppa di cartelloni privi di interesse per il cittadino medio italiano, anzi per molti certamente incomprensibili perché scritti in francese.

In Tunisia da dieci mesi sono in corso proteste sindacali, la repressione ha portato a censure, arresti, torture, morti (il rapporto di ottobre di Fortress Europe gli dedica un articolo). Da luglio guardo il TG o leggo il giornale ogni giorno, ma non ho mai trovato nulla sulla situazione politica tunisina. Ma toh - Western Union e Trenitalia insegnano quanto sia facile dedicare un po' spazio alle preoccupazioni degli immigrati - quando è possibile ricavarci dei soldi (e che soldi).

mercoledì 5 novembre 2008

I molteplici usi del Corano

Volo Ryanair: Fés-Bergamo. Mi si siede accanto un ragazzone con la faccia ingrugnita. Durante il volo non distoglie un attimo lo sguardo dal mini Corano che tiene tra le mani. Osservandolo, mi perdo nei pensieri … “perché non legge un bel romanzo? Magari è un fondamentalista… beh sicuro è un fissato, certo che non mi è mai capitato di vedere la stessa cosa con la Bibbia, oddio con che dedizione legge…” A guardare bene mi rendo conto che sembra un po’ nervosetto; si alza più volte per andare in bagno. Approfitto di un suo momento di distrazione per chiedergli l’ora. Mi risponde una voce dal marcato accento veneto, padovano per l'esatezza. Viene da Beni Mellal (dove tutto sembra avere origine), vive con la famiglia in provincia di Padova da 12 anni, ha fatto le scuole in Italia e ora lavora come meccanico, anche se il lavoro scarseggia. Mi confida che se la fa sotto ogni volta che sale in aereo. Gli rispondo che avevo notato una certa tensione. Lui osserva il Corano e sorridendo, mi dice che leggere per lui ha più o meno lo stesso effetto del Tavor, lo assorbe completamente facendogli dimenticare di essere sospeso nel nulla. Arriviamo a destinazione. Lo saluto lasciandolo in coda ai controlli di polizia. Il mio passaporto italiano gode di un largo anticipo rispetto ai passaporti marocchini.